La lettura di un territorio e l’esperienza che si ha di questo avviene grazie al contributo di innumerevoli stimoli, infiniti filtri mediante i quali un individuo è in grado di decodificarlo.
Si tratta sì di un atto inconscio e immediato ma nel contempo complesso, in quanto risultato di tutta l'esperienza sensoriale accumulata nel corso della vita. La somma di esperienze crea quindi una sempre più profonda capacità di lettura e assimilazione di un qualsiasi agente esterno con il quale entriamo in contatto: si tratta però di un’azione che si fa sempre più abitudinaria e circoscritta alle nostre conoscenze pregresse, rendendoci succubi dell’abitudine e del già visto, con la conseguente idea che attorno a noi sia tutto piatto e poco interessante. Vivere così significa credere che il proprio filtro personale di osservazione del mondo sia l’unico possibile, che ciò che ci capita e circonda sia percepibile in un solo modo e che non ci sia mai nulla di più, nulla al di là della superficie. Occorre quindi superare questa condizione, uscire dalla cosiddetta comfort zone e cambiare punto di vista: l’adozione di un nuovo filtro di lettura del mondo mette il singolo nella posizione di essere in grado di coglierne aspetti nuovi e inaspettati. Questo perché lo spazio è intriso di stratigrafie invisibili che lo definiscono: il tempo, gli eventi, fenomeni naturali, specificità locali sono alcuni degli elementi che vanno a costituire un intricato quadro del quale non saremo mai in grado di coglierne l’interezza. Ma possiamo provarci. La pratica della Psicogeografia è l’attualizzazione fisica di questo concetto: l’individuo si mette alla prova, sperimentando nuove modalità di esperienza della realtà al fine di conoscerla attraverso nuove e differenti modalità di apprendimento. Si tratta, come detto, di una pratica teorizzata dal Situazionismo ma che si lega storicamente a tutta l’evoluzione umana, in ogni zona del mondo, dal momento che il movimento, la pratica del cammino costituisce il metodo più archetipico e diretto di confrontarsi con lo spazio.
Una passeggiata di metà maggio, come quella intrapresa durante il corso, si può quindi trasformare in un'infinita gamma di esperienze diversificate le quali arricchiranno la nostra conoscenza del medesimo spazio.
Il filtro mediante il quale ho scelto di affrontare la giornata è stato quello della mappa letteraria del Ticino, un portale virtuale nel quale poter visionare una raccolta di numerosi stralci di letterati e intellettuali i quali hanno parlato del Ticino nelle loro opere.Attraverso questo importante archivio, ad ogni luogo descritto si è data una geolocalizzazione, ogni landmark fisico è stato quindi connesso finalmente al suo corrispettivo letterario. La letteratura è un medium il quale ha il potere di far viaggiare con la mente, di portare il lettore ventimila leghe sotto i mari o sulla transiberiana, pur restando fisicamente fermi. Attraverso questa particolare mappatura è ora il lettore a spostarsi fisicamente, in un vagare orchestrato da citazioni, da pensieri, da note del passato, che selezionano così i punti di interesse di un territorio.
Il percorso si apre dalla Stazione di Chiasso (45°49′55.88′′N 9°01′53.22′′E), storico landmark per la cittadina in quanto crocevia di commerci e trasporti transalpini. Si tratta di uno spazio di transito e movimento, nel quale non si sosta, ma dal quale si passa: è il Via. Risulta estremamente pertinente quindi ciò che la mappa riporta in riferimento a questo spazio, ossia una nota di Giuseppe Mondada , nel volume “Su e giù’ per il Ticino” , del 1956:
“Ai tuoi piedi ti apparirà un denso gruppo di case e di fabbriche disposto ai lati di una vasta stazione ferroviaria. è Chiasso, dove trovano lavoro i numerosi commercianti, gli industriali, gli spedizionieri, i doganieri che colà abitano. Sai dirne il perchè? Ricordati: Chiasso è una delle grandi porte per la quale si entra in Svizzera e dalla quale si esce.”
Il percorso nella cittadina di Chiasso prosegue intessuto nelle parole di Franco Beltrametti, poeta svizzero della Beat Generation il quale scrive nella sua Autobiografia in 10000 parole:
“Beh, Chiasso è un posto buffo e acquitrinoso, grandi prati popolati da vacche grigie alpine erano nascosti dagli edifici del "centro", nei pressi della stazione. Un gran fumo di carbone nell'aria a causa delle locomotive. Dalle mie finestre al quinto piano potevo guardare tutto il grande scalo ferroviario.”
Il paesaggio urbano lascia poi spazio alla natura, mentre il percorso si addentra nel nascosto Parco delle Gole della Breggia (45°51′32′′N 9°01′47′′E). Suoni, colori e figure nuove si sostituiscono a quelle artificiali, mentre l’acqua scandisce il nostro passaggio. Sono qui le note di Amleto Pedroli, scrittore originario di Chiasso che spostano, durante la passeggiata, l’attenzione verso la ricerca del Castello di Pontegana, mentre si entra in contatto con lo scenario di mulini immersi nei boschi.
“Ma ai piedi della valle, dove la Breggia, uscita dalle forre che la tenevano a freno, scorre più agevole tra i prati, e passa accanto a una collinetta, sorgeva il castello di Pontegana; un rudere quasi invisibile, e chi passa ai suoi piedi sull’autostrada solo guardando in alto può intravedere uno spuntone di muro che esce da un intrico di verde.”
Si tratta di un paesaggio incontaminato e lontano dalla caotica e arbitraria antropizzazione che ha caratterizzato la regione Ticino negli ultimi decenni. Il cammino prosegue verso Mezzana, all’Azienda Agricola Cantonale. (45°51′08′′N 8°59′55′′E) Ancora una volta, la mappa menziona le parole di Giuseppe Mondada, nella sua guida al Ticino dal titolo “Su e giù per il Ticino”.
“Tra i due abitati si trovano delle belle tenute agricole. Una, ha una villa del tipo di quella di Loverciano, giardini, orti, case e cantine, stalle per il bestiame, campi di grano, frutteti e vigneti: è la scuola di Mezzana, la scuola dei nostri contadini.”
La stessa citazione illustra chiaramente ciò che poi si scopre visitando il sito: l’attenzione che la comunità pone da sempre per l’educazione alla cura della terra, l’importanza delle vigne, largamente presenti durante tutto il nostro percorso, la bellezza di una scuola dedita completamente all’interazione sinergica e prolifica tra uomo e natura. Mentre il percorso conduce verso il Parco Valle della Motta (45°50′53′′N 8°58′50′′E), riportando agli occhi la centralità della natura nel paesaggio Ticinese, è facile rendersi conto di quanto uno strumento come quello di una specifica mappa possa cambiare la visione, la percezione di un dato spazio, evidenziando e cancellando altri punti di interesse. Essa non dà una visione completa, ma una selezione di punti chiave per la lettura di uno spazio sotto una specifica luce. E’ interessante notare come ad esempio non vi siano dati del Parco Valle della Motta, nonostante la sua conformazione pittoresca ed immaginifica.
La tappa successiva è costituita dalla Chiesa di Sant’Antonio (45°51′20′′N 8°57′38′′E), a Genestrerio, di cui la mappa menziona le parole di Piero Bianconi, del 1946, il quale parla degli affreschi settecenteschi, che già denotano una particolare commistione di opere di differente epoca e tipologia, particolarità attualmente evidenziata dalla facciata di Mario Botta, la quale proietta la chiesa in una dimensione nuova, differente, atemporale.
“A prima vista si direbbero quattrocentesche, le tavole di un polittico incastrate nel muro entro stucchi settecenteschi, nella cappella di sinistra della parrocchiale di Genestrerio (che ha una spassosa facciata prospettica color tonaca da frat); ma portano la data del 1545, son di mano d'un rustico pittore ritardatario che ha saputo conservare un'ingenua grazia primitiva, specie nelle scenette della predella.”
Proseguendo verso Mendrisio, nella seconda parte della giornata, emergono dalla mappa alcune citazioni sulla piccola cittadina di Ligornetto (45°51′30′′N 8°57′03′′E), tappa successiva a Genestrerio.
“Ligornetto è un paesino situato nell’ampio fondovalle pianeggiante e circondato da fertili campi nei quali, oltre a ortaggi e cereali, le viti si tendono da un gelso all’altro in tutte le destinazioni come funi scure strettamente attorcigliate. Anche questo sito è dominato dalle possenti guglie del Monte Generoso, che qui, sul lato occidentale, offre la vista amestossa del suo ampio zoccolo.”
Sono, queste, parole tratte da “L’eretico di Soana”, libro di Gerhart Hauptmann, premio Nobel per la Letteratura nel 1912. Il landmark culturale del borgo è costituito però dal Museo Vela (45°51′32′′N 8°57′01′′E), menzionato sulla mappa attraverso le parole Luigi Lavizzari, autore ottocentesco di una guida al Mendrisiotto intitolata “Il Monte Generoso e i suoi dintorni”:
“Il paesello di Ligornetto è situato a mezz'ora di distanza da Mendrisio e vi si giunge con calesse. Ivi sopra piccolo promontorio cinto da giardini sorge l'elegante edificio con cupola nel mezzo, entro cui sono raccolti i modelli originali usciti dalla mano di Vincenzo Vela.”
Il museo appare alla fine di una strada, elegante e armonioso, al pari delle sculture che ospita al suo interno.
Si tratta di un luogo del tutto particolare in quanto casa di sculture che raccontano di luoghi e di epoche come altri rari esempi europei possono di fare: la storia di Vincenzo Vela, infatti, va ad intrecciarsi con la grande Storia dell’Europa del 1800. Dopo il Museo Vincenzo Vela vi è un successivo polo culturale, quello della Pinacoteca Giovanni Züst a Rancate (45°52′15′′N 8°58′06′′E). La mappa, passeggiando, non manca di distrarre i piedi stanchi con le parole di Stefano Franscini, autore e politico svizzero che annota nella sua raccolta “La Svizzera Italiana”, del 1840 impressioni su Rancate:
“Rancate, nel circolo di Riva, alla distanza non più che mezzo miglio da Mendrisio. Alla nobile collana degli artisti Ticinesi fornisce un anello che no è de’ men preziosi, lo scultore Grazioso Rusca. Tra Rancate e Riva notasi il luogo di Contone, celebre frate facinoroso, detto da Contone, perché vi aveva preso stanza a commettere aggressioni armata mano (secolo XVII) (...)”
Risulta affascinante lasciare che la mente proietti sulla realtà le parole del passato, per crearne un’immagine a metà tra passato e presente. La Pinacoteca, nascosta nel tessuto urbano, apre una corte di fronte alla chiesa di Santo Stefano,di cui Piero Bianconi, nel 1946 dice:
La piazza di Rancate ha una solennità borghigiana, si stende in lieve pendio tra la facciata della chiesa (che dentro è di un'incantevole grazia settecentesca, ferma e leggera), muretti d’orti e lunghe quinte di case azzurre e rosa e nerastre; la si direbbe fatta per giostre e caroselli, dall’alto della colonna di Santo Stefano non vede che il cammino lento e trasognato dei bovi.”
La camminata, quasi sul termine è diretta a Mendrisio, menzionato dalla mappa attraverso le parole dello scrittore inglese Samuel Butler, nel 1881, nel suo volume “Alpi e santuari del Cantone Ticino”.
“I dintorni di Mendrisio - il Mendrisiotto, come li chiamano - sono magnifici. Bisognerebbe stabilire il quartier generale a Mendrisio stesso, dove c'è un ottimo albergo, l'Hotel Mendrisio, tenuto dalla Signora Pasta, insuperabile quanto a comodità e tutto quanto rende gradevole il soggiorno in un albergo. Non ho mai visto una casa dove la disposizione fosse più perfetta; anche nel pieno del caldo le stanze erano fresche e ariose, le notti non opprimenti. Il segreto sta forse in parte nel fatto che Mendrisio è più alto di quanto potrebbe parere, e che l'albergo, posto sul pendio della collina, piglia tutta la brezza.”
Il percorso porta poi al polo museale mendrisiense, costituito dal Mendrisio Museo d'Arte (45°52′21′′N 8°59′18′′E): una piccola corte nel cuore del paese che ospita importanti esposizioni artistiche e che vanta un larghissimo numero opere esposte a rotazione annualmente. La mappa cita, in dialetto, le parole tratte da Mendrisiotto scomparso, di Gino Pedroli:
Avanz da cunvént... silénzi incantaa in d'un giögh da riflèss fassaa da mistér. Incrustaa in süi mür l spessúr di sécui passaa che smòrza e suféga la éco sütürna di gregurián di fraa: i Ümiliaa.
Il silenzio si fa parte integrante dello spazio e alla luce delle parole sopracitate, si fa possibile vedere con maggiore facilità la poesia di uno spazio che con il tempo ha saputo cambiare funzione senza perdere la sua bellezza.
Con Mendrisio, si chiude, al Teatro dell’Architettura (45°52′03′′N 8°5′58′′E), l’esperienza psicogeografica del 15 maggio. All’indomani di un periodo di clausura forzata e distanziamento sociale, il contatto con la terra, esperito mediante la mobilità dolce, non ha che aumentato il valore della passeggiata: sempre di più, infatti, la pandemia ha reso l’uomo consapevole della necessità ad un contatto più diretto con un mondo a misura di uomo, che non lo renda dimentico della sua essenza, che lo renda più in armonia con esso. Si tratta, infine, di qualcosa di essenziale per l’architetto, solo percependo lo spazio direttamente e in prima persona, attraverso il proprio corpo, egli sarà in grado di progettare qualcosa di veramente utile e vicino alle necessità umane. Se l’uomo costruisce poiché abita, per abitare è però necessario che quello specifico spazio venga percorso, esperito fisicamente.